TALKING HEADS... and she was

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... PENSANDO

Quanti di quelli che ho conosciuto
(se davvero li ho conosciuti),
uomini, donne
(se la divisione resta valida),
hanno varcato questa soglia
(se è una soglia),
hanno attraversato questo ponte
(se può chiamarsi ponte).
Quanti dopo una vita più o meno lunga,
(se per loro fa ancora differenza),
buona, perchè è cominciata,
cattiva, perchè è finita
(se non preferiscono dire il contrario),
si sono trovati sull'altra sponda
(se si sono trovati e se l'altra sponda esiste).
Non mi è data certezza
della loro sorte ulteriore
(sempre che sia una sorte comune e ancora una sorte).
Hanno tutto
(se la parola non è riduttiva)
dietro di sè
(se non davanti a sè).
Quanti di loro sono saltati dal tempo in corsa
e svaniscono sempre più mesti in lontananza
(se ci si fida della prospettiva).
Quanti
(se la domanda ha senso,
se si può arrivare alla somma finale
prima che chi conta aggiunga se stesso)
sono caduti nel più profondo dei sonni
(se non ce n'è di più profondi).
Arrivederci.
A domani.
Al prossimo incontro.
Questo non vogliono più
(se non vogliono) ripeterlo.
Rimessi a un infinito
(se non diverso) silenzio.
Intenti solo a quello
(se solo a quello)
a cui li costringe l'assenza.

" Calcolo elegiaco " di Wislawa Szimborska



OMAGGIO

OMAGGIO
Fernanda Pivano

con Ernest Hemingway

con Jack kerouak

con Allen Ginsberg

con Henry Miller

OMAGGIO

OMAGGIO
Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d'oro
sull'ombelico,
mi dici che fai l'amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l'amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto
la sorte di esser poeta.

Alda Merini

ALLE PRESE CON UNA VERDE MILONGA - Marlene Kuntz

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Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

Alda Merini

vi aspetto su MONO 7 a LUCCA COMICS'09 stand TUNUE' ciao!

sabato 21 novembre 2009

...PENSANDO

martedì 4 agosto 2009

IL VOLO

I pensieri viaggiano, librano nell'aria.
Li tieni per un filo sottile come un acquilone e li fai volare in alto, ma non lasci mai che se ne vadano perchè sempre, ad ogni pensiero, è legata una fotografia della tua vita.
Piccolissime storie, infinitesimali, che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta.
Mentre il tuo corpo vive infilato in una casa, in un ufficio, in una macchina, i pensieri vanno e vengono un palmo sopra di te.
A volte ti fanno ombra. A volte illuminano i tuoi occhi.
Nuvole.
Questa storia è finita .
Ringrazio la TUNUE' e aspettiamo la pubblicazione intanto...
comincia una nuova sfida.

sabato 8 novembre 2008

FINIMUNDO

Non era emozione il leggero rossore che dipingeva il suo volto, ma l'aria dolce mattutina di ottobre.
Aveva pianto così  tanto, che le cose gli si erano confuse tutte attorno. 
La realtà gli si era stravolta ed era fermo in piedi, sopra ad un tappeto di foglie autunnali, a guardare incredulo quel grosso albero a terra. 
Le radici divelte che uscivano all'esterno, avevano rinunciato a sostenere il peso e l'albero era crollato poggiandosi a terra. 

Alcuni stralci di erba e piccoli ramoscelli erano incastrati tra i lacci delle sue scarpe da ginnastica che sembravano essere di una misura più grande, sembrava tutto vestito di una misura più grande perchè era ricurvo su se stesso ed il suo corpo pareva asciugato, piano piano eliminando gli strati in eccesso e riducendosi all'osso. 
Era vecchiaia...

Il suo cane continuava a saltellare seguendo quell'odore di selvatico colorato di erba bagnata, terra, muffe grigie ed impronte invisibili. 
Aveva smesso di tirarlo per la manica del giubbotto e si era allontanato muovendo la coda come un segugio che sta cercando la sua preda.
L'uomo era certo che sarebbe tornato a casa, quando il suo cane avesse deciso di riportarcelo e pensò che era stanco.

Muhammad Alì entrò spinto sulla sedia a rotelle e fu commovente...
Lo sguardo di quell'uomo, i suoi occhi vuoti, spenti di ricordi.
L'altissimo, il degno di lode si era seduto.
Lo sguardo attento non trattenne la commozione erano passati 10 forse 15 anni, e quel mattino proprio in quel momento lì davanti all'albero, gli tornò in mente quella scena.
Incredibile, quando la mente ti regala immagini che avevi dimenticato e che strano quando non riesce più a farlo.
Alzò lo sguardo e gli sembrò che le nuvole attraversassero il cielo all'incontrario come tornassero indietro poi, chinandosi spezzò una radice dalla base dell'albero, la pulì dalla terra e se la mise in tasca con la ferma convinzione che l'avrebbe ripiantata. 

 



venerdì 10 ottobre 2008

TAKEAWAY

Ti posso chiedere una cosa?
No!

Rimane sotto l'insegna del takeaway a confondersi con la parete grigia perchè era così che si sentiva,  grigio fuori e dentro di se, con una pressione di rabbia che gli faceva tremare la mano mentre teneva la bottiglia di birra con il collo sbeccato.
Un'onda d'urto che lo aveva fatto sbandare, gli aveva spostato i sentimenti di quella giornata che sembrava fosse finita così... ed era ancora mattino.
Aveva aspettato che passasse la notte con gli occhi fissi nel vuoto ed un bisogno insostenibile di parlare.

Roberto per gli amici 32, e non era la sua età anagrafica, pure se avrebbe voluto congelarla per mettere un pò d'ordine. 
Eppure bastava guardarsi dietro le spalle perchè i suoi 32 erano così vicini, tanto da poterli toccare...ma che confusione. Che confusione tra i ricordi che a volte scappano perchè non ci sono confini...

Come ti chiami... mi senti... ehi mi senti...
32 ...32... 
Come quando da piccolo impari l'indirizzo di casa a memoria. 
Se ti perdi puoi fermare qualcuno e chiedere... 
Signore mi sono perso, mi accompagna a casa, abito in via dei volsci 32.

Via dei volsci 32. 
Al 32, è li che abito con mia madre, che di rifiuti secchi me ne ha dati tanti, e mio fratello che fa il manovale e mi dice che io non valgo niente, sono un rifiuto, perchè non lavoro e la gente non si ricorda manco come mi chiamo.
E quando me lo chiedono anch'io sono confuso allora rispondo, 32.

Chiamami pure 32 perchè è lì che abito, e se non mi ricordo altro, riportami lì.
Forse è colpa della polvere di piombo che ho respirato al primo vagito.
Per questo mi sono messo piombo nella bocca... sulle orecchie... e sulle sopracciglia...
Ho respirato gli anni di piombo con il primo vagito e mi hanno dato alla testa... 
mia madre me lo dice sempre... 
ed il mio corpo è pieno di tatuaggi sotto la pelle... facendo vedere le sue vene.

Le mie vene sono tatuate, perchè non so più oramai se scorre sangue dentro... 
posa la birra e mostra il dorso della mano... 
ed il mio membro è spappolato e si nutre con le cannule.
Eppure anch'io vorrei conoscere una come Edna Million, con indosso il suo vestito rosa raccattato e la farei sentire una regina, ma sono pieno... 
troppo pieno di bourbon come dice la canzone... e non riesco a reggermi in piedi.

Conosci una Edna Million da presentarmi?... perchè io morirei per lei e non la lascerei mai sola di sera per paura che voli via.
Non mi dire di no, perchè i rifiuti mi fanno sentire un rifiuto.
Takeaway... prendimi e portami a casa perchè mi sono perso, mi chiamo 32.




 

sabato 27 settembre 2008

WALLACE

Janet Goddard disse a quel ragazzo paffuto... fai finta che sia un gioco David.
Fai finta che sia un gioco... continuava a sussurrare quella voce così ingannevole al suo pensiero. 

Si sentiva fragile come cristalli di ghiaccio che diventano acqua nella mano, che poi si disperde tra le dita anche se tenti di tenerle chiuse, strette tra di loro. 
La mano ti resta vuota e bagnata, c'era qualcosa ed ora niente, non sei qualcosa niente... fai finta che sia un gioco David.
Non sei qualcosa niente e conosci tanto profondamente quel pensiero da non sopportarlo.
Fai finta che sia un gioco... gli dice quello che sta per succedere.

Un' esistenza debole e generosa in un mondo bestiale.
Fai finta che sia un gioco...
Me ne voglio andare, è diventato problematico navigare tra il qualcosa ed il niente.
Ora mi alzo, apro la porta e me ne vado... non sbattere la porta David quando esci!
La porta resta aperta mentre la televisione continua ad intrattenere una stanza vuota...
facce sovrapposte sul monitor Nixon e Mao Tse tung, Simon e Garfunkel... 
Bye bye love... bye bye happiness... hello loneliness...

Allora mi va di giocare, immaginando che se dovessi perdere l'uso delle parole basterebbero le pagine dei libri per raccontare la mia vita ed asciugarmi le lacrime per ogni volta che non riuscissi a trattenerle... 

I think i'm a gonna cry...

Mi soffio il naso ed affondo la commozione tra le parole scritte che si stamperebbero con le lacrime sul mio viso e gli altri leggerebbero tra le mie rughe tutto il mio vissuto.

Guardami, mi puoi leggere, ed io non mi so più difendere.
Fai finta che sia un gioco, e quando te ne vai esci in punta di piedi.














venerdì 27 giugno 2008

IL MIO MIGLIORE AMICO ( dedicato a Giacomo )

Il gatto Ovald era seduto come una statuina di Capodimonte, e li osservava con attenzione leccandosi i baffi.
Lo avevano trovato la notte di S. Antonio, mentre tornavano a casa.
Il paese era illuminato a festa, avevano acceso un falò imponente nella piazza principale e Gennaro, il matto del paese per gli amici Geggè, saltava divertito al divenire delle fiamme sempre più alte.

Giacomo si nascondeva, dietro le gambe del padre, dal bagliore delle fiamme perchè vedeva prendere forma, tra le lingue di fuoco, volti di mostri minacciosi che allargavano le fauci con l'intento di fare di lui un sol boccone.
Era colpa di quella notte e delle parole di sua nonna e di sua madre.
La notte di S. Antonio è una notte magica, di auspici e profezie, tutti chiedono al Santo, Grazie e Miracoli perchè deve essere stato un Santo molto coraggioso visto che ha rubato a casa del Diavolo una scintilla di fuoco per regalarla a noi, esseri umani.

Giacomo restava diffidente...
entrare in casa del Diavolo, si sa è cosa facile... ma uscirne per lo più facendogli beffa.
Quella sera però, sciolse ogni dubbio.
Il ritrovamento del gattino e la decisione dei suoi genitori di tenerlo in famiglia, fu un segno inconfutabile che mamma e nonna dicevano il vero, perchè da tempo aveva cercato di convincere i suoi a prendere un cane o un gatto ricevendo soltanto secchi divieti.
Gli dissero... come lo vuoi chiamare?
Giacomo, guardando miagolare il gattino seduto dentro una scatola di cartone sopra di un cumulo di spazzatura, pensò di essere stato preso alla sprovvista, poi guardò la scatola che probabilmente aveva contenuto detersivi ed altri generi e lesse sul fianco bucato e spellato dal nastro adesivo... O.VA.L.D.
Ovald... disse, prendendo la scatola con il gatto e S. Antonio divenne il suo migliore amico.

Lungo la strada si studiarono a vicenda bimbo e gatto, Giacomo trasportava la scatola con molta attenzione ed il gatto lo annusava muovendo i baffi. Nonostante camminando sentisse calare i pantaloni e l'orlo gli strusciava per terra, Giacomo non mollò mai la presa per il timore di ripensamenti. Svoltarono l'angolo e passarono tre anni.

Giacomo, il gatto e S. Antonio vivevano in simbiosi quasi perfetta, Giacomo con il gatto e S. Antonio con Giacomo. Tra gli ultimi due c'erano trattative in corso.
Prima di tutto, far cadere la lingua a quel bambino antipatico e prepotente del cortile sotto casa. 
Eppoi c'era lei, Silvia, che sembrava un angelo e per questo quando a Giacomo capitava di vederla pareva fosse caduta a lui la lingua, perchè non riusciva a dire una parola.
Finalmente S. Antonio ci mise lo zampino, era un caldo pomeriggio estivo e Giacomo e Silvia si incontrarono nel cortile mentre Ovald rincorreva le lucertole.
Lei gli disse... ne vuoi una?!
Piegava all'infuori un piede, ed il calzino che aveva oramai confuso da tempo il suo colore con diversi generi di macchie, si era raggruppato in fondo alla caviglia.
La scarpa aveva la punta consumata ed i lacci che si perdevano disordinatamente tra l'erba.
Allora... la vuoi!?!
Mostrava nella sua piccola mano un pò sudaticcia, una rotella gommosa di liquerizia che aveva stinto di sciroppo, ed egli accennava un timido sorriso pensando a quel momento e che non avrebbe dovuto esaurirsi.
Immaginava che S. Antonio sghignazzasse sornione tra di loro, mentre tratteneva con il piede la lucertola per la coda così che Ovald potesse catturarla.
Alla fine della fantasia, Silvia se n'era andata e la rotella di liquerizia era nella mano di Giacomo, poi la mise nella tasca dei pantaloni giurando a se stesso che non avrebbe mai e poi mai ceduto alla tentazione di mangiarla visto che era la prova concreta che S. Antonio lo aveva ascoltato di nuovo.
A volte aveva l' acquolina in bocca, allora infilava la mano nella tasca e con le dita seguiva la circonferenza della rotella, ma si tratteneva, come per mantenere una realtà e non correre il rischio di confonderla con i sogni.
Con il tempo rotella e tasca divennero un tutt'uno e la macchia emerse fin sopra, tanto che ci prese pure una sgridata dalla mamma che fu costretta a buttare i pantaloni.

Rideva di cuore, mentre affiorava da quella scatola piena di fotografie che portava tra le mani, una foto con i bordi un pò arricciati di lui bambino con in braccio il gatto Ovald che gli leccava l'orecchio.
Poggiò a terra la scatola vicino al camion dicendo al trasportatore di fare attenzione a non perdere nulla, poi stabilirono con Silvia che finalmente era tutto fuori ed avevano liberato la casa.
Ora potevano andare.

mercoledì 11 giugno 2008

"IMPROVVISAMENTE SI FA NOTTE"

Camminai sotto la pioggia e mi lasciai bagnare senza correre,
senza gesti alzati in fretta...
Udii il mio passo risuonare lungo la solitaria strada, 
ed una pesante goccia mi percorse la fronte aprendo un varco ad una sorgente di ricordi, 
un rivolo sottile che deviava sul naso, fino ad attraversare la mia guancia come una lacrima...
Pensai che prima o poi il sole mi avrebbe asciugato, il sole avrebbe scaldato questo mio corpo.

A tratti mi dolevo pensando, di non poter correre senza riprendere fiato.
Sentivo il petto dilaniarsi, ma sapevo che potevo riconquistarmi lentamente, 
e tutto si rimetteva miracolosamente a ritmo.

Proseguii per la strada ricordando a me stesso di respirare e di nuovo respirare...
e se non arrivasse quell'alito vitale?
Avrei deciso il mio ultimo pensiero prima che il Segreto mi colga.

Fuggi!... il tempo è tiranno ed il Segreto ti sorprende...
e quel pensiero si fa strada, certo che per nessuna ragione al mondo 
vorrei fare a meno della mia vita.

La pioggia divorava i miei passi, ed io non avevo le forze di essere impetuoso.
Il cuore batteva sulle labbra, poi non lo trattenni e scappò.
Caddi in ginocchio, mi guardai le mani sporche di inchiostro e le maniche logore della camicia troppo larghe e sbrindellate, mi scoprivano una parte di avambraccio.
Tentai di seguire con lo sguardo in alto il mio fuggevole cuore,
ma si era fatto buio di una notte che non era la solita.
Provai un dolore tagliente, e pensai che soltanto il dolore resta 
quando di una emozione non c'è più il cuore... poi,
l'ultima sensazione che ebbi fu di freddo.

Era la fina della mia breve vita da cui non venni dispensato.
Mi ritrovarono più tardi credendo nella disgrazia fossi invece ubriaco...

lunedì 9 giugno 2008

IL PROFESSORE DI BACI

"Le bocche si toccano e le anime si uniscono..."
diceva il Professore dalla finestra, ai due ragazzi che si nascondevano sotto le stelle di quella via.
"Quando tramonta il sole, sono più dolci i baci a tu per tu... "

Il Professore di baci, lo chiamavano, l'intramontabile romantico.
Le sue parole erano piccoli saggi di vita che sorprendevano, non erano intrusioni senza decenza ed intenerivano gli sguardi degli innamorati.
Quanto, invece, ai baci audaci unico nutrimento di chi condivideva quel momento, il Professore proferiva solitario parole al suo cuore ammirandoli.
Un uomo di altri tempi, conosceva tanto bene l'arte del bacio da non capire se l'avesse studiata, per quanto invece desiderata.

Le sue parole erano massime, petali fragranti di una rosa appena sbocciata, principi e regole che parevano tratte da un vecchio romanzo d'amore che sfogliandolo contiene il fiore donato all'amata.

"Eh!... si fa presto a parlar di baci, sono molti e diversi, tanti quante son le bocche da baciare.
Il bacio è appassionato oppure ingannatore, il bacio d'addio, il bacio folle, il bacio è per omaggio oppure devozione..." spiegava, poi si allontanava con passo veloce sui sampietrini lucidati dalla pioggia notturna, salutando di spalle con una mano a testa bassa... 
e la strada si animava.
Giovani motori roboanti su due ruote, lo scalpitare fuggevole di signorine anni '50 con le zeppe ancorate alle sottili caviglie e le gonne voluminose e gonfie.
La strada tagliata dai binari del tramvai, le grate sulla facciata del carcere di Regina Coeli e due braccia che si sporgevano all'esterno salutando il nuovo giorno gridando...
" Buongiorno tristezza! "
Il lungotevere si svegliava ed il fiume correva.

Si racconta del Professore, che un giorno arrivò su di un motore ruggente, il reuccio a trovarlo in persona, e si affacciarono tutti per meglio vedere l'incontro.
Il Professore in abito scuro elegantissimo, lo accolse sul ciglio del portone e, come si addice ad uno del mestiere, onorando la sua presenza gli bacio la mano.
Il reuccio sorrise... " Professò stia stia che so io che la devo ringrazià, perchè chi mejo de lei me poteva aiutà... "
A via della Lungara, rione trastevere, quell'estate dalle finestre aperte, le radio trasmettevano l'artista cantare una melodia dal titolo "Cos'è un bacio" ed il Professore non si vedeva più.
Quando le finestre tacquero nella via, ne scelsero una con le persiane sempre aperte e sotto di lei misero una targa...
In questa via, al civico 25 nacque, il 1 gennaio del 1926 Claudio Villa che ha espresso con il suo canto l'anima romana.  



domenica 8 giugno 2008

L'INDICE DI TUTTE LE COSE

Era una bambina difficile... pensavano spesso scuotendo la testa, ma la gente ha sempre qualcosa da pensare.
Celeste aveva le mani piccole e gommose dalla pelle liscia e tesa, sembravano piene zeppe come due panini superfarciti e spesso erano sudicie proprio come, dopo aver mangiato un panino imbottito.
Faceva parlare le dita con i due indici verso l'alto, mimando lacrime ed a volte risate con piccoli gesti che trasformavano i suoi pensieri in compagni di gioco.
Un dito cattivo e un dito buono, un dito fratello e un dito sorella, un dito cane e un dito gatto, poi si distraeva e un dito finiva nel naso e l'altro restava ad indicare il soffitto.
Una volta cadde dalla sedia tanto si era concentrata in quella posizione, ma il dito le rimase ad indicare verso l'alto.
I suoi occhi scintillavano mentre suo padre fumava, perchè si divertiva ad infilare le sue piccole dita dentro gli anelli di fumo che seguiva volteggiare intorno a lei.
Lui la guardava... domandandosi cosa le passava nella sua piccola testa.
A volte, se la porta della sua stanza restava aperta, la sentivano parlare da sotto il letto fino a che si addormentava.
Le piaceva allungarsi sul pavimento di legno e se poggiava la guancia ad un certo punto di vista, tra il bordo del letto in alto e la finestra aperta, d'estate vedeva la luna piena sopra i tetti dei palazzi difronte. Allora con il suo indice verso l'alto grattava la luna e le faceva il solletico, le disegnava la bocca a volte triste a volte sorridente oppure dei grossi baffi, poi gli occhi si facevano pesanti ed in quel microcosmo che sotto il letto aveva creato, pieno di braccia rotte di bambole e teste decapitate, si addormentava indicando la luna.
La mattina doveva correre per prendere il bus della scuola, lo sentiva arrivare dalla curva in fondo la strada avvisando con il clacson. Allora usciva di fretta con la bocca piena di biscotti.
Saliva e si sedeva in fondo a far parlare le sue dita, poi guardava attraverso il vetro appannato il mondo sfocato ed a volte l'arcobaleno sopra di esso e disegnandolo con l'indice pensava...
"... che mondo meraviglioso!... tutto nelle mie dita, e tutte le cose brutte riesco a lasciarle lontane... dietro di me. I problemi sembrano fondersi, come gocce di limone in una calda tazza di tè e rimane soltanto l'indice di tutte le cose."
Non capiva perchè i suoi genitori si prendessero tanta pena per la loro vita, sempre a discutere ed urlare, era proprio per questo che a lei piaceva stare per conto suo. Il suo isolamento le sembrava come una calda coperta. 
E sentiva il gelo salirle dai piedi, ogni volta che arrivando dentro scuola la mattina, la investiva il forte odore acre dello spirito sui banchi. Le rammentava l'acredine con cui si parlavano i suoi genitori. Allora si metteva al suo solito posto, in fondo con alle spalle la parete, facendo finta di non esistere e guardava di scorcio il cielo attraverso la finestra, sorridendo.
Tutto la appariva più chiaro, così semplice, all'indice di tutte le cose.


MIO PADRE...

Quella luce che si faceva strada, a volte improvvisa e spesso persistente,mi abbagliava gli occhi in un primo momento, dopodichè mi confortava contro la paura del buio.
Le ombre di notte sono enormi e minacciose, i rumori reboanti, impensabili escono da corpi inanimati, ma se c'era quella luce che si spalmava lungo la parete percorrendo l'angolo della cucina, poi il corridoio, fino ad arrivare a sfumarsi sul mio guanciale... io non avevo più paura.
Allora poggiavo i piedi a terra e mi facevo guidare.
Sapevo che in dieci passi, dieci piccoli passi avrei raggiunto mio padre.
Una notte presi di testa uno spigolo, forse non ero ancora del tutto sveglia, ma la voglia di spiarlo mi spingeva seppur nel dormiveglia.
Lo trovavo chino sul tavolo da disegno, e restavo a guardarlo.
Osservavo l'armonia dei piccoli gesti della sua mano sulla carta.
L'atmosfera silenziosa intorno a lui era stagnante, una mistura di nicotina, grafite ed alcool, ed io spiandolo nel buio, cercavo di catturare la sua vera identità.
Una volta mi addormentai seduta a terra, poggiata ad un angolo contro lo stipite della porta e sognai di lui con due farfalle colorate al posto delle mani quindi, ebbi la risposta.
Come il Mago Houdini si divertiva a farmi giochi di prestigio.
Tutto si trasformava nelle sue mani e tutto si rigenerava.
Un condensato di tutti i più antichi segreti del mondo.
Ed accade, come sempre, che la realtà interrompa la magia... sentii bruciare il mio dito rimasto incollato sull'interruttore della lampada, poggiata com'ero con i gomiti sul tavolo da disegno in quell'attimo di sospensione tra i ricordi.
" Oggi non era proprio aria di disegnare... " mi dissi e spensi la lampada.
Voltandomi nel buio presi di testa uno spigolo, continuai verso la porta e decisi di uscire.
Guardando un'ultima volta dietro di me, catturai un'ombra a forma di farfalla e me la misi in tasca.